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Storia

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La storia di Tortora

Il territorio di Tortora è stato abitato fin dai tempi più antichi. I resti trovati ci rimandano a circa 200.000 anni fa (paleolitico inferiore) e hanno permesso di individuare un villaggio preistorico all’aperto nella località Rosaneto. Da qui si suppone un primo trasferimento nella gotta di Torre Nave, dove è stato recuperato materiale del paleolitico medio e superiore, e un successivo insediamento residenziale, in epoca storica, nell’area intorno al colle Palestro, tra le foci della Fiumarella e del Noce, abitata per circa un millennio (a partire dal VI secolo a.C.) da genti enotrie ellenizzate, poi lucane e infine romane. Qui ebbe sede l’antica Blanda Iulia, ricordata da fonti classiche e medioevali, prima come municipio o colonia romana, e poi come sede vescovile, i cui reperti, raccolti in recenti campagne di scavo, sono custoditi nel moderno e funzionale Museo archeologico allestito nel Centro storico. 

La città di Blanda fu abbandonata all’inizio del V secolo, forse distrutta da un’incursione barbarica, cui seguirono le scorrerie dei Longobardi e, per più lungo tempo, quelle dei Saraceni, che costrinsero le genti indigene a rifugiarsi sulle alture e tra i boschi dell’interno. 

Alla fine del IX secolo, con la “seconda riconquista bizantina”, giunsero dalla Sicilia islamizzata numerosi monaci di rito greco, le cui tracce e quelle dei santi da essi venerati permangono nella toponomastica locale: San Sago (San Saba di Collesano), San Leo (San Leoluca di Corleone), Sant’Elia (detto “lo Speleota”), San Nicola, San Quaranta (Santi Quaranta Martiri Sebasteni) e San Brancato (San Pancrazio di Taormina). Molte di queste località fanno oggi parte del Parco Nazionale del Pollino, e in ogni caso sono apprezzate da secoli per il patrimonio boschivo e floro-faunistico alimentato da abbondanti sorgenti d’acqua.

Il bios di Sant’Elia Speleota, testo agiografico del X secolo, menziona il “Castello delle Tortore”, da identificare quasi certamente con il borgo di Tortora, sorto, tra i monti e il mare, sullo sperone roccioso a ridosso della Fiumarella. Il suo nome – declinato in Turtura – compare per la prima volta nella bolla del 1079 con la quale l’arcivescovo Alfano di Salerno nominò Pietro vescovo della diocesi di Policastro. 

La religiosità dei suoi abitanti, erede di una bimillenaria spiritualità cristiana, è testimoniata dalla bellezza e dalla ricchezza delle sue chiese: la matrice di San Pietro Apostolo, risalente alla seconda metà del Settecento, ma che conserva al suo interno anche tele, statue e argenti di epoca precedente; la seicentesca chiesa dell’Annunziata, annessa all’ex convento dei frati minori dell’Osservanza francescana; le cappelle di Mater Domini, di origine bizantina, e delle Anime del Purgatorio, sul cui straordinario portale del XII secolo sono scolpiti alcuni segni dello zodiaco riproducibili sulle moderne mappe stellari.

Notevoli sono anche alcuni edifici civili, tra cui casa Lomonaco Melazzi, che il 3 settembre 1860 ospitò Giuseppe Garibaldi, in marcia verso Napoli, e il Palazzo feudale, posto a guardia del nucleo originario dell’abitato e secolare dimora delle famiglie che signoreggiarono sul popolo tortorese. Di esse sono note quelle dei Grisone, i Loria, i Martirano, gli Exarquez, i Ravaschieri, fino ai Vitale, confluiti, dopo le leggi sull’eversione della feudalità del 1806, nei Vargas Machuca. Questi ultimi continuarono a detenere per vari decenni gran parte delle terre della marina, da sempre destinate all’agricoltura, che all’inizio del Novecento furono lottizzate e vendute ai Tortoresi. Su di esse, nell’ultimo quarto del secolo scorso, si è sviluppato il moderno centro balneare, con i suoi alberghi, ristoranti e lidi, la chiesa di Santo Stefano, quella della Stella Maris che si affaccia sull’omonima grande piazza, a ridosso del Lungomare Sirimarco e le acque del Tirreno, bandiera blu per la balneazione e il godimento di un ambiente vario e pittoresco che ingloba vette fino all’altezza di 1200 metri e un mare dai fondali trasparenti.